Con il primo conflitto mondiale (1914-1918) gli USA fu il Paese che trasse il maggior profitto grazie alle esportazioni verso l’Europa in guerra di prodotti agricoli e industriali diventando negli anni ’20 la prima potenza economica mondiale e la sua moneta (il dollaro) divenne la valuta più forte a discapito della Gran Bretagna che perse il ruolo della “cassaforte economica mondiale”.

Negli anni ’20 del secolo scorso gli americani beneficiarono di un benessere economico diffuso e il Governo mise in atto una politica protezionistica e di isolamento politico per difendere lo status economico raggiunto (anche da ampi stati della borghesia americana).

In Europa finito il conflitto mondiale, pian piano le economie dei vari Paesi iniziarono a riprendersi riducendo considerevolmente le importazioni dagli USA, sia di prodotti agricoli che industriali.

Le esportazioni americane andarono così via via a riducendosi e il mercato dei beni di consumo durevoli si saturò lasciando molti di questi invenduti (nessuno comprava perché già li possedeva). Finì così lo sviluppo economico dei ruggenti anni ’20 e iniziò la depressione economica che investi pesantemente l’agricoltura e l’industria americana sfociata nel crollo della borsa di New York del 29 ottobre 1929 che mise economicamente sul lastrico moltissimi investitori che persero i loro capitali. Molte industrie fallirono, gli agricoltori si videro esportare le fattorie dalle banche che negli anni passati avevano elargito loro prestiti e l’insolvenza di questi crediti provocò anche il fallimento di molto Istituti di credito con conseguenze catastrofiche nella società americana. Si contarono più di 15 milioni di disoccupati e un impoverimento di larghi strati della società americana. Il Governo americano non intervenne, né per salvare le banche e quindi i depositi delle famiglie, né l’industria lasciando di fatto al mercato la funzione di regolatore e stabilizzatore economico.

Ma già in quel periodo le economie mondiali erano interconnesse e la crisi investì anche l’Europa, colpendo in particolare quei paesi come la Gran Bretagna, l’Austria, la Germania e i Paesi Latini che avevano stretti rapporti economici e finanziari con l’America. L’America ritirò anche i prestiti per la ripresa nel dopo guerra (piano Dawes) che aggravò ulteriormente la crisi economica in questi Paesi. In Europa le democrazie cominciarono a vacillare sulla spinta di un malcontento diffuso che si concretizzò in manifestazioni anche violente i cui Governi tentarono di contenere anche con la forza. Con il perdurare della crisi in molti settori della società si rafforzarono i sentimenti nazionalisti e si maturò un forte desiderio stabilità sociale che favorì il consenso verso schieramenti politici guidati da uomini autoritari reputandoli in grado di riportare l’ordine sociale e una migliore equità economica in alternativa al comunismo. Così, ad esempio, in Germania nel tempo aumentò sempre più il consenso verso il Partito Nazional Socialista (Nazista) che dopo il susseguirsi di diversi governi di breve durata, approdò nel 1933 dopo elezioni al Governo. Nello stesso periodo non pochi all’estero (Francia, Gran Bretagna ad esempio) guardavano con interesse all’Italia dove dal 1922 si era insediato il Governo di Mussolini, che aveva garantito stabilità sociale e politica dopo i disordini sociali dell’immediato dopo guerra (1919-1921), sfociati in sommosse, manifestazioni, occupazioni di fabbriche da parte degli operari e serrate (chiusura delle fabbriche) imposte dagli imprenditori come risposta.

Ma agli inizi degli anni’30 si guardò con interesse all’Italia per le scelte economiche fatte dal Governo considerate come alternativa all’economia capitalista o centralizzata (comunista) e in particolare all’istituzione dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale, istituito il 21 gennaio 1933). Inizialmente l’IRI doveva avere un carattere temporaneo per far fronte alla crisi economica e industriale del Paese conseguente, sia alla crisi del ’29 che alla improvvida rivalutazione monetaria operata nel ’27. La novità sostanziale di questa Istituzione consisteva nell’intervento pubblico a sostegno dell’economia del Paese per favorire e facilitarne lo sviluppo, in cui lo “Stato Imprenditore” per mezzo dell’IRI (ente autonomo e indipendente), partecipava direttamente alla riorganizzare del sistema bancario e alla ricollocazione delle partecipazioni bancarie nelle imprese.

Quando nel 1937 l’IRI divenne un Ente permanente, furono istituite due sezioni distinte: una bancaria costituite da tre banche (Banche di Interesse Nazionale – BIN) con maggioranza di capitale pubblico   e un’altra industriale con la partecipazione di capitale pubblico nelle imprese. L’IRI era sotto il controllo del Tesoro nella forma di Ente Pubblico di Gestione. Le imprese controllate dall’IRI erano di fatto Società commerciali di diritto privato che avevano anche significative partecipazioni di capitale privato. Le Società dell’IRI avevano all’epoca un rilievo strategico: siderurgia, cantieri navali, industria meccanica e elettromeccanica e gestioni di reti e servizi. La gestione delle imprese era basata sul principio della redditività quindi, in una forma profondamente differente dalle imprese nazionalizzate.

 Nel 1992 iniziò la privatizzazione dell’IRI con la Presidenza dell’Ente di Romano Prodi che portò poi alla sua messa in liquidazione il 27 giugno del 2000 con il secondo Governo Amato. L’IRI cessò la sua attività l’1dicembre 2002.

 

Breve sintesi bibliografica:

Stiria dell’IRI, ed. IBS.ir

La crisi del ’29, di Fumian C., Novecento .org